GIU' LE MANI DAL COMPAGNO ALESSANDRO NATTA

 

Domenica sette gennaio è il centesimo compleanno del compagno Alessandro Natta, l’imperiese che prese le reini del partito revisionista dopo l’improvvisa morte di Enrico Berlinguer, avvenuta a Padova l’11 giugno 1984, quattro giorni dopo il malore che lo aveva colpito sul palco di un comizio per le elezioni europee.

Per l’occasione, la dirigenza sedicente democratica si riscopre legata a quella formazione politica: la sua minoranza, rappresentata dalla sampierdarenese Roberta Pinotti e dallo spezzino Andrea Orlando, si reca presso il cimitero del quartiere di Oneglia per rendere omaggio all’ultimo segretario “comunista”.

Chi scrive ebbe il piacere di conoscere il compagno Sandro – a proposito, in quel breve periodo le sigarette di marca Kim (al mentolo o meno) erano diventate un must tra i fumatori legati ai revisionisti – e non può che stigmatizzare il comportamento dei politicanti sopra richiamati che improvvisamente si ricordano del dirigente ligure.

Questi “signori” sono sodali con coloro che, approfittando di un leggero malore del segretario generale, lo destituirono sostituendolo con la “feccia” dei quarantenni di allora: il risultato fu che, pochi anni dopo, il partito revisionista venne “suicidato”, trasformandolo nella quercia del Partito Democratico della Sinistra.

Il compagno Natta non aderì a nessuna delle due formazioni nate dal fu partito revisionista – il già citato Partito Democratico della Sinistra ed il Partito della Rifondazione Comunista – proprio per il suo “spirito unitario” che rifuggiva da ciò che accadde sulla sua testa e che avrebbe portato alla situazione attuale.

 

Bosio (Al), 13 gennaio 2018

 

Stefano Ghio - Proletari Comunisti Alessandria/Genova

 

http://pennatagliente.wordpress.com

 

 

 

 

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“L’ultimo segretario del PCI”

 

 

   Non mi risulta che la stampa abbia dedicato un minimo di attenzione al decimo anniversario della sua morte: i tempi sciatti, immemori e servili in cui viviamo non lo consentono. Era, come Sandro Pertini, ‘malo adsuetus ligur’ (‘un ligure avvezzo ai mali’, secondo il classico emistichio con cui Virgilio scolpisce il carattere fiero e tenace di questa stirpe che vive fra i monti e il mare).

   Nel suo testamento, dopo aver dichiarato ancora una volta la sua ferma intenzione di restare, sino all’ultimo, “un illuminista, giacobino e comunista”, dispose che il suo corpo fosse cremato “per far la natta ai vermini”, come si soleva dire, un tempo, in Toscana.

   Personalmente ricordo di lui, che conobbi a Genova in occasione di un comizio elettorale, la ricca e profonda cultura classica, che sapeva trasfondere in ogni momento della sua appassionata milizia politica e intellettuale, realizzando nelle aule parlamentari così come nelle manifestazioni popolari, nelle assemblee di partito così come nel dialogo diretto con i lavoratori, quella sintesi esemplare di “umanesimo e comunismo” che egli aveva appreso dal suo maestro Concetto Marchesi, dei cui scritti non a caso stese l’introduzione.

   Nel 1997 la casa editrice Einaudi pubblicò, con un ritardo imperdonabile, un libro scritto cinquant’anni prima, «L’altra Resistenza», in cui egli ricostruisce, quale reduce che sarebbe poi divenuto un protagonista politico dell’Italia repubblicana, il primo episodio della resistenza di massa espressa dal popolo italiano: quello cui dettero vita centinaia di migliaia di militari italiani, deportati in Germania a causa del loro rifiuto di combattere o collaborare con i nazifascisti.

   È stato per sua stessa definizione, anche se non storicamente, “l’ultimo segretario del Partito Comunista Italiano”, quando questo era ancora un ‘partito di gente seria’, insidiato dal tarlo del revisionismo, ma non ancora colpito dalla malattia mortale del trasformismo, che lo avrebbe condotto alla liquidazione.

   Ricordo che, quando venne eletto segretario, un noto esponente milanese della cosiddetta sinistra antagonista, dando prova di uno snobismo politico-culturale inversamente proporzionale alla sua conoscenza della storia del movimento comunista, lo paragonò, per il suo aspetto e per il suo stile (indossava sempre completi grigi e portava la cravatta), ad un commesso viaggiatore.

   Si spense, dopo aver consumato quantità industriali di sigarette Turmac, il 23 maggio 2001: il suo nome era Alessandro Natta, amava chiamare la sua città (non Imperia ma) Oneglia e aveva dedicato studi approfonditi all’attività politica che svolse in questo centro della riviera ligure, alla fine del ’700, il grande rivoluzionario, ‘illuminista, giacobino e protocomunista’, Filippo Buonarroti. In un altro saggio storico-biografico di notevole spessore Natta ricostruì la vita e l’attività di Giacinto Menotti Serrati, esponente di primo piano del socialismo massimalista italiano. Due figure chiave della storia del comunismo e del socialismo in cui il ‘ligur malo adsuetus’ si riconobbe e da cui attinse ispirazione per il suo personale messaggio di coerenza politica, di rigore ideale e di umana fraternità nella lotta per l’emancipazione degli sfruttati. 

 

 

Eros  Barone

 

 

Circolo Proletario di Genova

 

Gennaio 2018